Storia del campo

  • 1940-1943

    I lavori per la costruzione del campo di concentramento di Ferramonti furono affidati il 30 maggio 1940 alla ditta Parrini di Roma, già incaricata dei lavori di bonifica della zona e l’esecuzione dell’opera iniziò il 4 giugno successivo.
    La zona, insalubre e solo per metà bonificata, si rivelò la più adatta ad accogliere la colonia dei deportati: essa, posta ai piedi di una serie di colline che chiudono a nord la valle del Crati, durante le frequenti ed abbondanti piogge si trasformava in un acquitrino. La posizione del campo di Ferramonti poi, in vista della guerra, risultava strategica anche per l’ideale posizione geografica, equidistante da Francia, Jugoslavia, Africa e Grecia.
    Quello che divenne il più grande campo di concentramento fascista italiano ricopriva un territorio di circa 160.000 mq. Era composto da 92 capannoni bianchi, alcuni destinati alle attività amministrative e gli altri, con struttura a “U”, adibiti a dormitori per i prigionieri con cucine e bagni comuni.
    La direzione del campo era affidata ad un direttore, commissario di pubblica sicurezza. Il primo direttore del campo fu Paolo Salvatore. L’attività di vigilanza era affidata ad un maresciallo e dieci agenti di polizia. La sicurezza interna e dei confini del campo era gestita da un centurione al capo di un reparto di settantacinque uomini della milizia fascista volontaria (Camicie Nere). Il campo era comunque, sin dall’inizio, circondato da filo spinato e munito di otto garitte, due per lato, per sorvegliare i movimenti che avvenivano all’interno del suo perimetro.
    La disciplina  nel campo era scandita da una serie di obblighi, formulati dietro istruzioni del  decreto ministeriale n.442/14178 del 25 giugno 1940. Gli internati dovevano rispondere a tre appelli di controllo, alle ore 9, 12 e 19, che avvenivano nello spiazzo davanti agli edifici della direzione. La corrispondenza era sottoposta a censura; era vietato giocare o intrattenersi in attività che potessero generare litigi; non era prescritto nel Regolamento, ma vi era l’obbligo di salutare romanamente la bandiera.
    I primi internati furono condotti a Ferramonti il 20 giugno del 1940: si trattava di ebrei stranieri presenti per motivi di studio o di lavoro sul territorio italiano. Ad essi si unirono presto gli ebrei italiani e dal 1941 antifascisti italiani e stranieri, gruppi di cinesi e profughi politici.
    Per affrontare con maggiore animo le condizioni critiche del campo, gli internati si dotarono presto di organi di autogestione, associazioni culturali e religiose. Con l’arrivo dei primi nuclei familiari furono organizzati persino una scuola, un asilo ed istituzioni assistenziali. L’assistenza arrivò però anche da enti esterni: l’Unione delle Comunità Israelitiche, la Croce Rossa e l’organizzazione di Israele Kalk, che dettero agli internati  aiuti economici e alimentari; il rabbino Riccardo Pacifici ed il nunzio apostolico Francesco Borgoncini-Duca che in più occasioni assicurarono il conforto spirituale;  padre Callisto Lopinot che seguì passo passo tutte le vicissitudini dei prigionieri.  

  • 1943-1944

    Gli internati del campo di Ferramonti, dunque, costretti ad interrompere forzatamente le proprie vite, abbandonare le famiglie e ad essere totalmente isolati dall’esterno, avevano ricreato all’interno del campo un clima di collaborazione e partecipazione che rendeva meno dolorosa la loro situazione di prigionieri. All’interno del campo si svolgevano cerimonie religiose, matrimoni e festività, furono messe in scena opere teatrali, organizzati concerti e concorsi letterari... Il tutto col consenso del direttore che, per controllare meglio la situazione nel campo, concedeva agli internati quel minimo di libertà: era più facile gestire con l’aiuto della milizia mille persone ad un concerto o ad una partita di calcio che 1000 persone sparse tra le baracche del campo!  
    Nel 1943 furono due i commissari di pubblica sicurezza che si succedettero alla direzione del campo: Leopoldo Pelosio, direttore dal 20 gennaio  al 31 marzo successivo e Mario Fraticelli che rimase direttore fino alla liberazione dei prigionieri.
    Durante l’estate la situazione nel campo divenne sempre più critica. I generi razionati, già scarsi, non erano più reperibili o inviati con regolarità. Lo spaccio interno al campo, gestito dalla ditta Parrini, non riusciva ad ottenere i rifornimenti alimentari richiesti e le ristrettezze sul carburante ne impedivano anche l’approvvigionamento presso i centri vicini. Gli scambi clandestini tra gli internati e i calabresi divennero sempre più frequenti e il contrabbando, dietro lauta ricompensa, era praticato persino da alcuni membri della milizia.
    La malnutrizione portò a diversi casi di anemia, esaurimento, depressione e sfinimento e fu necessario l’uso di camicie di forza per contenere l’esaltazione mentale di alcuni degli internati più deboli. Il 22 maggio  arrivarono al campo i preziosi aiuti della Croce Rossa Internazionale. Gli 838 pacchi viveri furono accolti con gioia, ma quel sollievo fu soltanto temporaneo e presto l’agitazione e lo scontento ripresero ancora più fortemente a farsi sentire.
        Il 25 luglio 1943 la situazione politica subì una grossa scossa: Mussolini, destituito dal Gran Consiglio del fascismo, fu deposto dalla carica di Capo del Governo. Badoglio fu nominato al suo posto «Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato e Maresciallo d'Italia» e il governo italiano iniziò a trattare con gli Alleati. Le condizioni generali del campo Ferramonti, dopo l’8 settembre ’43 migliorarono notevolmente, anche se la mancanza di viveri continuò a tormentare gli internati.
    La nuova situazione politica purtroppo coinvolse il campo anche più direttamente. Il 27 agosto 1943 un combattimento aereo tra l’aviazione tedesca e quella americana si concluse tragicamente con l’incendio di un capannone e con la morte di alcuni prigionieri. Per evitare ulteriori danni in relazione ad operazioni nemiche il Ministro dell’Interno dispose, quello stesso giorno, lo sgombero del campo.   

  • 1944-1945

    Il Ministero degli Interni il 29 agosto 1943 autorizzava lo sgombero del campo, ma il prefetto di Cosenza ne venne informato, a causa della linea interrotta, soltanto il 4 settembre successivo alle ore 24 e dispose la liberazione degli ebrei apolidi, degli ebrei italiani, degli ariani non pericolosi e degli ebrei stranieri. I deportati da non liberare, ebrei antifascisti, ariani stranieri e antifascisti generici si sarebbero dovuti accompagnare nei campi di Fraschette di Alatri (Frosinone), di Montechiarugolo (Parma), di Farfa Sabina (Rieti) e di Tollo in provincia di Chieti.
    Nel campo, nei pressi delle quattro garitte di sorveglianza, furono aperti dei tagli di circa tre metri nel filo spinato, per agevolare l’eventuale abbandono forzato del campo. Alcuni degli ex-internati scelsero di rifugiarsi presso famiglie della zona, altri si allontanarono autonomamente, altri ancora decisero di rimanere a Ferramonti.
    Il campo passò presto sotto la gestione del comando alleato, l’Allied Militares Government, che rimase in carica fino a quando il governo fu dato in consegna ad una commissione di prigionieri. L’amministrazione interna vedeva a capo il direttore d’orchestra Lav Mirski, tre dei trenta agenti di polizia (il magazziniere, il motociclista e l’impiegato addetto alla contabilità) furono mantenuti in servizio. Alcuni degli ex-prigionieri furono assunti come impiegati, medici, infermieri e farmacisti. I due spacci alimentari, prima gestiti dalla ditta Parrini, furono affidati a sette internati. Si iniziò a produrre pane sul posto e ad allevare maiali. Tre abitanti di Tarsia furono assunti per coltivare un appezzamento di terreno demaniale prima affidato alla ditta Parrini. Le scuole continuarono a funzionare e la pulizia del campo fu assegnata a quattro spazzini che si occupavano anche di prelevare il latte presso un contadino.
    Le spese della nuova amministrazione furono sostenute da un fondo della prefettura di Cosenza. Tale fondo, però, fu presto ritenuto eccessivo e, dopo scontri con la Commissione Alleata, il 22 settembre 1945 la prefettura ordinò il trasferimento degli internati e lo sgombero definitivo del campo.
    Un appunto dell’11 dicembre 1945 della direzione generale della Pubblica Sicurezza, diretto al capo della polizia, documenta una prima ricognizione dei locali e dei materiali del campo al fine di recuperare gli elementi riutilizzabili e di chiudere definitivamente il campo.

     

  • post 1945

    Dal dicembre del 1945 la prefettura di Cosenza non si occupò più della custodia di Ferramonti; nemmeno il Comune di Tarsia, al quale non era stata trasferita la competenza, si impegnò nella conservazione delle baracche, simbolo e testimonianza di un importante periodo di storia  nazionale. Di conseguenza il campo fu destinato per lunghi anni a saccheggi e distruzioni. Delle 92 baracche si conservò ben poco, quelle rimaste in piedi furono utilizzate come capanni degli attrezzi dai contadini della zona. Due di esse, una era l’ex casa del direttore, furono consegnate dalla ditta Parrini a Francesco Petrone, magazziniere del campo, in cambio dei servizi da lui effettuati. Egli vi abitò per diversi anni.
    La distruzione del campo fu quasi completa alla fine degli anni Sessanta, quando fu consentito che l’area di Ferramonti fosse attraversata dal tracciato della rete autostradale A3 Salerno/ Reggio Calabria. Insieme con i suoi edifici anche la memoria del campo sembrò scomparire.
        Fortunatamente nel 1985 Francesco Folino, attuale direttore del Museo della Memoria, dopo lunghi studi pubblicò un grosso volume “Ferramonti un lager di Mussolini, Gli internati durante la guerra” Brenner Cosenza (lo stesso autore in seguito ritornò sull’argomento, pubblicando “Ebrei destinazione Calabria” Sellerio 1988, “Ferramonti? Un misfatto senza sconti”, Brenner 2004 e “Ferramonti, il campo, gli ebrei e gli antifascisti”, Edizioni la Scossa 2008). Nel frattempo altri studiosi  recuperarono la memoria del campo. Alla fine degli anni Ottanta anche le istituzioni pubbliche iniziarono a riconoscere l’importanza dell’ex campo di concentramento.
        Iniziative concrete volte alla conservazione e alla valorizzazione dell'area del campo presero corpo all'inizio degli anni Novanta, quando l'Amministrazione Comunale di Tarsia pose a vincolo l'area da salvaguardare e procedette alla recinzione di tutto il terreno.
    Successivamente l'Amministrazione Comunale, guidata dall'avvocato Franco Panebianco, ora Presidente della Fondazione Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia, con la collaborazione  del Comitato pro Ferramonti ristrutturò due baracche per realizzare al loro interno un Museo e una sala convegni. Il Museo fu inaugurato il 25 aprile 2004.